martedì 9 dicembre 2008

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mercoledì 3 dicembre 2008

Lidia Conetti

Intervista a cura di Artemis774


Salve ragazze,
lasciatemi dire che durante la settimana dedicata al “rosa antico”, non potevamo non intervistare colei che canta tanto bene i sentimenti e che rappresenta, oggi, con efficace vivacità l’idea dell’Amore puro e dolcemente impetuoso. Colei che riesce a tessere storie avvincenti, i cui personaggi sono esaltati dall’ambiente che li circonda e sono espressione della loro cultura. Colei che ama tanto il Paese in cui ha ambientato i suoi romanzi da trasmettere questo amore al lettore, che, sognando, cresce. Oggi, pertanto, ho l’opportunità e sono lieta, onorata e molto orgogliosa, di presentarvi una grande Autrice dei nostri tempi, Lidia Conetti.

Benvenuta dott.ssa Conetti,
grazie di averci dedicato parte del suo tempo. Noi lo apprezziamo veramente tanto, anche considerando il fatto che in rete non si trovano Sue notizie che non siano generiche. Lei si è dedicata finora a molte attività anche molto diverse tra loro. È una traduttrice, una saggista e anche un scrittrice di romanzi, alcuni dei quali è stato possibile riscoprire di recente. Vorrei poter dire qualcosa di Lei che vada oltre queste poche e striminzite parole, ma credo che sia meglio lasciarle la parola.

D.: Che significato ha avuto per Lei tradurre Barbara Cartland? L’ha mai conosciuta?

R.: Tradurre Barbara Cartland – un romanzo al mese- ha significato poter lasciare il mio lavoro- insegnavo filosofia e storia al Liceo Scientifico- un lavoro al quale mi dedicavo con passione: ma cambiare attività, lo confesso, è sempre stata per me una tentazione irresistibile e molto stimolante! Quanto a Barbara Cartland non l’ho conosciuta personalmente ma attraverso biografie pubblicate in Inghilterra, che ho letto anche perché dovevo scrivere l’introduzione a una raccolta di tre suoi romanzi; e ho scoperto un donna che ammiro e stimo sinceramente per una qualità che ritengo fondamentale in ogni rapporto umano: la lealtà. Per fare solo un esempio, quando durante la seconda guerra mondiale i bambini inglesi che se lo potevano permettere sfollavano oltre oceano per evitare i bombardamenti tedeschi, anche la Cartland partì con i suoi figli, ma dopo pochi mesi fece ritorno in patria perché si sentiva in colpa e non le sembrava giusto sottrarsi a un rischio che i suoi concittadini e i loro figli correvano quotidianamente!


D.: Negli anni ’80 sono stati pubblicati come oscar Mondadori tre suoi romanzi “Notti del Bengala”, “La torre degli echi” e “Debito d’Amore”. Sono tutti e tre ambientati in India, come mai questa scelta? Perché proprio l’India? C’è forse qualche connessione con il suo lavoro su Rudyard Kipling?

R.: Per rispondere a questa domanda dovrei fare un po’ la storia della mia formazione. Dopo la laurea ho avuto una borsa di studio all’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) di Milano; sono stata assegnata a un ufficio studi dove mi occupavo prevalentemente dell’India: questo spiega forse la nascita della mia passione per questo Paese. Il mio capo era un bel professore che aveva molte ammiratrici tra le mie colleghe ed è il ricordo di quel periodo che mi ha ispirata per il personaggio del Mirza. E poi proprio all’ISPI ho conosciuto, e mi sono innamorata, di mio marito. È a lui che devo lo stimolo a scrivere quei romanzi, perché a Trieste, dove abitavamo, ci sono molti librai che vendono libri antichi a prezzi accessibili, e lui mi regalava tutti quelli che trovava sull’India: diari, resoconti di viaggi, storie dell’India, della Compagnia delle Indie, della società anglo-indiana, dei personaggi della storia indiana (principi, avventurieri, mercanti), alcuni dei quali avevano il fascino ulteriore di essere stati lasciati da marinai inglesi la cui nave aveva fatto scalo a Trieste. “Perché non scrivi un romanzo su questa società?” mi disse, e l’idea mi parve buona, anche perché a me piace raccontare. Anche del mio saggio su Kipling è stato scritto che si legge tutto d’un fiato “come un racconto”.


D.: Data la natura diversa delle sue attività, ci dica, è stato difficile passare da un genere letterario ad un altro?

R.: No, non è difficile passare da un genere letterario a un altro quando si ha il gusto di raccontare, che si tratti di una lezione o di un romanzo; e di fare in modo che ogni frase risponda a un suo, o forse dovrei dire mio, ritmo interiore.


D.: Oggi, tornando con il pensiero al periodo in cui ha scritto questi romanzi, cosa prova?

R.: Rispondo con le parole di un antico inno dell’Innario Anglicano che esprimono, meglio di come potrei fare io, quello che provo: “ Ringraziamo tutti il nostro Dio, con le mani con il cuore e con la voce; che ha fatto cose meravigliose, e il suo mondo gioisce in lui.Che dalle braccia di nostra madre ci accompagna nel nostro cammino con innumerevoli doni d’amore…”


D.: Quali sono gli autori che Lei ama, quali Lei crede/sente l’hanno formata, e quali/quale crede sia il più vicino al suo sentire?

R.: Gli autori che ho amato per primi e sui quali mi sono formata, ancora oggi quelli che sento più vicini, sono alcuni grandi della letteratura russa: Puskin, che ha fatto nascere in me il desiderio di scrivere, Cechov – ricordo ancora le emozioni che ho provato assistendo da ragazzina alla rappresentazione delle Tre Sorelle – e soprattutto Tolstoj, la mia passione. C’è poi un autore inglese che oggi leggo più volentieri, perché mi distende con i suoi racconti e la sua ironia e mi affascina con la incredibile ricchezza della sua lingua, P.G.Woodehouse.


D.: Le è capitato mai di vivere situazioni che Le abbiano dato le stesse intense emozioni che ha fatto provare alle sue lettrici?

R.: Non sono mai stata rapita, né minacciata da una spia con la maschera d’oro, né mi sono mai battuta in duello con mio marito, ma tutto quello che vivo lo vivo con intensa emozione, anche troppo, se il mio cuore non avesse per fortuna un battito molto lento.”El bati che par una ninna-nanna” diceva il mio medico triestino.


D.: È felice dei suoi libri? Se potesse oggi modificare qualcosa, cosa modificherebbe e per quale motivo?

R.: Sì, felice è la parola giusta, e non modificherei nulla – se non per eliminare i “righini”, cioè la prima riga troppo corta di una pagina nuova
.

D.: Oggi il mercato dell’editoria offre lavori molto diversi dai suoi. Comprandoli certo non ci si aspetta più che lo stile sia elegante e che siano scritti in un italiano perfetto. E cosa più importante sono romanzi contraddistinti da costumi liberi e non propri dell’epoca in cui sono ambientati. Cosa ne pensa di questo mutamento? Se Lei oggi si cimentasse in un nuovo romanzo si avvicinerebbe ai romanzi che vanno così di moda oggi?

R.: Mi sembra un appiattimento dei valori della nostra cultura, una mancanza di fantasia, che è la linfa vitale di ogni attività creativa, e non seguo questa moda. Ho visto di recente alcuni film indiani che mi hanno avvinto proprio perché “fuori moda”, per una profondità di sentimenti, l’amore e il rispetto per i genitori, l’amore fra un uomo e una donna che si scelgono per tutta la vita, dei quali noi oggi sembriamo quasi vergognarci.


D.: Possiamo sperare di leggere presto qualche altro suo lavoro?

R.: Un nuovo romanzo c’è già e ha un incanto particolare perché in questo sono riuscita a ricreare con la fantasia un periodo storico, gli ultimi anni della seconda guerra mondiale in Toscana, tanto più vicini a noi del XVIII e XIX secolo in India. Come negli altri miei romanzi ci sono alcuni momenti drammatici che fanno restare con il fiato sospeso, come accadeva a mio figlio quando li leggeva da ragazzino, e c’è una bella storia d’amore che si conclude felicemente. Quanto al linguaggio, un mio amico scrittore lo ha definito “luminoso”, il più bel complimento che potesse farmi.


D.: Che bella notizia! Qual è il titolo del libro, quale la casa editrice?

R.: Non ha ancora un editore, ma non dovrebbe essere difficile trovarlo dal momento che i miei libri continuano ad avere successo.


D.: Vuole dire qualcosa alle nuove lettrici? Magari, cosa, secondo lei, distingue l’uomo dallo scrittore?

R.: In primo luogo vorrei ringraziarle tutte e dire che mi piacerebbe conoscerle tutte, perché la stessa emozione che prova un lettore quando incontra l’autore di un libro che gli è piaciuto la prova, con anche maggior intensità, l’autore quando incontra un lettore al quale è piaciuto il suo libro. È come trovare un amico che non si sapeva di avere, e questa è anche un po’ la risposta alla seconda domanda. Scrivere vuol dire comunicare e quanto più si ha da comunicare e quanto meglio si riesce a farlo tanto meglio si scrive. Posso raccontare una piccola storia vera che illustra la mia idea di scrittore. Un giorno sono passata davanti al cortile di una casa in demolizione e fra le macerie ho visto spuntare il musetto di un topo che si è subito nascosto quando mi ha visto. Mi sono avvicinata al punto in cui era scomparso e ho incominciato a chiamarlo facendo un verso simile al suo. Dopo qualche minuto il topo ha rimesso fuori il musetto e mi ha risposto squittendo. Se qualcuno mi ha visto preferisco non immaginare che cosa avrà pensato di me. Ma se ha pensato male non era sicuramente uno scrittore!


D.: C’è qualcosa della quale Lei vuole parlare e che mai nessuno Le ha chiesto?

R.: Questa è una domanda molto carina e mi piacerebbe approfittarne, ma quello che mi ha chiesto finora mi ha dato la possibilità di dire tutto quello che avrei voluto, quasi come se lei mi conoscesse già, e di questo la ringrazio vivamente!


Grazie di averci dato la possibilità di conoscerla.



Grazie a voi!



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lunedì 1 dicembre 2008

Notti nel Bengala ...
















...di Lidia Conetti.

direttamente dalla scrivania di Artemis774


Eccomi care ragazze,
quanto tempo dall’ultimo mio post!
Oggi sono tra voi per parlare di un libro che mi ha molto colpito. Si tratta di un libro che esce fuori dagli schemi che, perlopiù, contraddistinguono i romanzi scritti oggi e a noi sottoposti. Leggendolo il mio spirito si è rinfrancato. Ho potuto leggere di sentimenti, di avventure, a volte anche un po’ comiche, e di situazioni che mi hanno preso completamente. Sono stata felice di leggere una storia così ricca, un romanzo che è la prova che si può scrivere di avventura e di Amore senza scadere in una narrazione ovvia e scontata con le solite scene trite e ritrite che hanno tolto la voglia di scoprire, la voglia di stupirsi davanti alle cose semplici.
Questo romanzo è la prova che si può ancora raccontare quanto di romantico può esserci in un gesto, in una parola, in uno sguardo.
Per questo motivo “Notti del Bengala” è recensito durante una settimana dedicata al “Rosa Antico”, una settimana dedicata all’Amore descritto con parole che dicono e non dicono, con parole belle quanto la più antica melodia che canta il sublime Sentimento.

Ma passiamo, ora, al romanzo: “Notti del Bengala”…… che libro, ragazze! Un libro completo. La storia è intrigante e coinvolgente, arricchita da colpi di scena imprevedibili.
June, la protagonista, è una giovane bellissima, che affronta determinati avvenimenti con un sangue freddo invidiabile, ma che davanti all’Amore, e soprattutto a due occhi insolitamente azzurri, perde la sua proverbiale sicurezza e rimane vittima di sentimenti tra i più belli e intensi. E consentitemi di dirvi quanto gli occhi di Mirza Emir Beg, il protagonista maschile appunto, abbiano conquistato anche me.
Ragazze, non lasciatevi sfuggire questo libro, sotto tutti gli aspetti attraente. La lingua, lo stile, l’ambientazione storica: tutto è perfetto.
Sarete completamente catturate dal periodo storico e quando chiuderete il libro vi sembrerà di essere state lontane dal vostro ambiente per tanto, tanto, tantissimo tempo.
In “Notti del Bengala” situazioni avventurose sono dipinte con arte e l’Autrice mette in evidenza le emozioni dei personaggi dando vita ad un romanzo in cui la delicatezza dei sentimenti e la profondità di ciò che non è espresso colpiscono il lettore. Questo è un romanzo elevato, denso di significati, in cui la cultura si mescola alla narrazione romantica e in cui la storia dell’India e le sue tradizioni vengono porte al lettore che, ignaro, le apprende.
Ogni personaggio ha la sua dimensione. Una stessa persona vista da occhi diversi ha una diversa descrizione, una esteriore e l’altra, invece, solo apparentemente tale. In questo libro l’uomo che ama “vede” l’anima della sua donna, il colore nascosto di essa e la vede risplendere, come se la mente e il cuore di lei non abbiano alcun segreto. Solo lui, però, può leggervi dentro. Solo a lui è dato conoscere veramente il delicato incanto di quel fiore nascosto. Solo lui è legittimato a rivendicarne l’incontrastato dominio.
Una delle mie scene preferite, è quella in cui June, per rispondere alle parole e agli sguardi del suo amato, si alza dal divanetto e raggiunto il ramoscello fiorito di un albero che volge poeticamente i suoi rami verso il balcone, lo stacca e ne fa dono al Mirza.
“Conoscete il significato di questi fiori?”

Questa è la domanda che accompagna i gesti della giovane. Non più di queste parole. E lui non le potrà dimenticare come noi lettrici, prese da un sentimento indefinibile che accompagna quel nodo allo stomaco, proprio dell’emozione inaspettata. Eppure i due si sono già baciati, si sono già reciprocamente scambiati promesse silenti di Amore imperituro, ma questa scena rende tutto ancora più elevato e spirituale, come l’Amore vero deve essere (lascio a voi il piacere di scoprire di che albero si tratti e il significato dei fiori dello stesso).
Alla prossima, mie care!
Artemis774

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test
teeeeeeeeeeeeeeeee
teeeeeeeeeeeeeeeeeeeee









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